Giorgia. Racconto A10 “Contest All’ultimo minuto”

All’ultimo minuto è il contest di scrittura a tempo del Garfagnana in giallo. La prima edizione ha visto numerosi autori sfidarsi partendo dall’incipit di Alice Basso. In vista della premiazione del Garfagnana in Giallo 2022, che si terrà a metà luglio, pubblichiamo i racconti per la lettura e la valutazione da parte dei lettori e dei giurati. Il bando lo potete trovare qui  www.garfagnanaingiallo.it Scadenza 15 giugno 2022

Giorgia.

Non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata. Una di quelle belle nottate di tormenta, in cui il vento ulula e la pioggia sferza i vetri, e qualsiasi impresa tu intraprenda si ammanta di dramma e di pathos.

Quanto le sarebbe piaciuto, avere un po’ di supporto scenografico da parte di Madre Natura. Così, tanto per aiutare la motivazione, per rendere ancora più epico e memorabile ciò che lei era in procinto di fare.

Invece: niente. Aria ferma. Calma piatta. Nessun cenno di empatia da parte del cosmo.

Si rimboccò le maniche. Non importava che l’universo sembrasse imperturbato e indifferente: lei aveva da fare una cosa di capitale importanza. Una cosa che le avrebbe cambiato la vita.

Accarezzò tra pollice e indice il foglietto nella tasca sinistra della cerata blu.

Va bene, non pioveva, non era una notte di tormenta, ma faceva un freddo boia, la giacca impermeabile proteggeva dall’umidità. Indossò il cappuccio con un gesto secco, rendendosi ancora più invisibile.

Gli stivali di gomma accarezzavano l’acciottolato con discrezione.

 Fece roteare lo sguardo: non c’era in giro un’anima.

“Non si sa mai” si disse stringendosi nella giacca, se mi vedono sono fritta, e tirò su col naso. Un odore di mare, alghe marce e pesce morto saliva dagli scogli, sotto il molo su cui camminava. Aveva sempre avuto un odorato fino, che a volte le era tornato utile, ma adesso una bella anosmia sarebbe stata più gradita.

Arricciò il naso e mise su un’espressione schifata. Poi si impose di non distrarsi. “Chissenefrega della puzza. Sbrigati!”

Arrivata sotto un lampione tirò fuori il pezzo di carta e lesse le coordinate dell’ormeggio. Rimise la mano in tasca, sistemò meglio la sacca sulla spalla e puntò diritta a un pennello a cui era ormeggiata all’inglese una barca a vela di una dozzina di metri, un po’ vintage ma ben tenuta.

Lesse sulla poppa la scritta Credevo Peggio.

I parabordi strusciavano contro la bassa banchina di legno bordata in metallo, producendo uno stridio sinistro. “Strano nome per una barca, l’armatore non deve avere grande fiducia in sé stesso” pensò fermandosi ad osservare lo specchio di poppa mentre lo sciabordio le riempiva le orecchie.

Dal fondo del porto un furgone nero fece il suo ingresso a velocità sostenuta.

La ragazza montò a bordo della barca, trovò il tambuccio aperto e si infilò fulminea sotto coperta.

Battito accelerato, respiro corto. Gettò la sacca sui paglioli e sedette ansimante sul sedile del tavolo da carteggio. Dal piccolo oblò sopra la dinette filtrava la luce del porto. Si mise a osservare la banchina. Il furgone si arrestò un po’ lontano e scesero due uomini corpulenti che cominciarono a guardarsi in giro come se cercassero qualcosa. In mano stringevano mazze da baseball.  Lei si appiattì sul divanetto, avesse potuto confondersi con la tela rigata lo avrebbe fatto volentieri.

– Tu chi sei?

Dalla cabina di prua era sbucata una testa di capelli ricci molto spettinata che stava sopra la faccia di un uomo con barba ispida e occhiaie di uno che si è appena svegliato. Era in mutande, a piedi nudi e indossava una maglia a righe che poteva confondersi, quella sì, con la tela dei divanetti. Strinse gli occhi come a mettere a fuoco e si grattò la testa. Poi disse con accento genovese:

– Sei tu… sei Giorgia?

– Sono io.

Finì di grattarsi la testa e si lasciò andare sui cuscini squadrandola con impegno.

– Belin se sei cresciuta.

Fuori, gli uomini con le mazze da baseball si aggiravano per il porto turistico osservando ogni barca con attenzione.

– Non accendere la luce. Non devono sapere che siamo a bordo.

Disse lei continuando a guardare dall’oblò.

– Ma chi? Chi non deve sapere?

– Quelli?

– Quelli quali? E si sporse verso il tambuccio.

Lei lo fermò:

– Per carità se mi vedono mi ammazzano.

L’uomo si mise una mano in testa e poi sfregò ambedue i palmi sul viso. Era ancora mezzo addormentato ma cominciava a capire.

– Ti manda tua madre?

– No, le ho rubato il foglio con le indicazioni per arrivare qua.

Lui soffocò una risata: – E bravo genio, così adesso sa dove sei andata.

La ragazza si strinse nelle spalle. – Avevo paura, non ho ragionato. Ho fatto la sacca preso il foglio e sono scappata. Tu sei la mia ultima speranza.

– Lo sai vero da quanto tempo non vedo tua madre?

– Lo so, da quando ero piccola.

– E dunque?

Lei tirò fuori un elastico dalla tasca e si legò i capelli intanto continuava a guardare fuori.

– Però un vantaggio c’è.

– Sarebbe?

– Avendo ciulato il foglietto non hanno il numero del molo e il posto barca.

– Bel vantaggio davvero. Hai fatto una cazzata, lo sai che quella famiglia di mafiosi non ti lascerà mai andare. Pure se partiamo per la Polinesia ci trovano. Ma perché sei venuta qua? Io ho chiuso i conti con loro da tempo e mi lasciano in pace – tirò un sospiro- almeno fino ad oggi.

Infilò un paio di braghe con tante tasche, aprì un cassettino e tirò fuori una pistola.

Lei sbarrò gli occhi: – E adesso cosa fai?

Lui fece uno sguardo rassegnato: – Faccio quello che avrei dovuto fare tanto tempo fa, sistemo gli scagnozzi di tuo nonno. Ma solo se vengono qui.

E si acquattò sulla scaletta pronto a saltar fuori all’occorrenza.

Lei lo osservò con una certa dolcezza, pur se la situazione non era la più adatta a smancerie.

Gli sfiorò la testa ricciola con i polpastrelli, delicatamente e poi se ne uscì con una sola frase:

– Grazie… papà!

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