Senza via d’uscita. Racconto A8 “Contest All’ultimo minuto”

All’ultimo minuto è il contest di scrittura a tempo del Garfagnana in giallo. La prima edizione ha visto numerosi autori sfidarsi partendo dall’incipit di Alice Basso. In vista della premiazione del Garfagnana in Giallo 2022, che si terrà a metà luglio, pubblichiamo i racconti per la lettura e la valutazione da parte dei lettori e dei giurati. Il bando lo potete trovare qui  www.garfagnanaingiallo.it Scadenza 15 giugno 2022

Senza via d’uscita.

Non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata. Una di quelle belle nottate di tormenta, in cui il vento ulula e la pioggia sferza i vetri, e qualsiasi impresa tu intraprenda si ammanta di dramma e di pathos.

Quanto gli/le sarebbe piaciuto, avere un po’ di supporto scenografico da parte di Madre Natura. Così, tanto per aiutare la motivazione, per rendere ancora più epico e memorabile ciò che lui/lei era in procinto di fare.

Invece: niente. Aria ferma. Calma piatta. Nessun cenno di empatia da parte del cosmo.

Si rimboccò le maniche. Non importava che l’universo sembrasse imperturbato e indifferente: lui/lei aveva da fare una cosa di capitale importanza. Una cosa che gli/le avrebbe cambiato la vita. O almeno gli avrebbe permesso di dormire la notte. Aveva fatto un errore e doveva rimediare anche se questo significava infrangere quelle leggi per le quali si era sempre battuto.

Fece un profondo respiro e si guardò intorno. Era tutto buio, silenzioso. Di un silenzio quasi irreale che metteva angoscia. Era stato lì decine di volte, aveva studiato le vie d’accesso e aveva calcolato i tempi. Erano risicati, lo sapeva e aveva approntato un piano di fuga, nell’eventualità in cui le cose si fossero messe male. Ma non dovevano mettersi male, doveva filare tutto liscio.

Dalla tasca del giubbotto tirò fuori la custodia con i grimaldelli che si era procurato al mercato nero, dove sganci un centone e nessuno fa domande. Ne estrasse due, quelli più sottili. Si era allenato sulla vecchia serratura di casa, quella che aveva cambiato quando aveva capito che qualcuno si era introdotto nel suo appartamento. Aveva conservato quella vecchia senza sapere il perché: una specie di premonizione inconscia? Non ci credeva, ma doveva ammettere che era servito.

Il primo clic lo riscosse da tutti quei pensieri sconnessi che sembravano attraversargli il cervello come corrente elettrica. Un altro clic e la porta si aprì con un cigolio sinistro. All’interno era tutto buio a eccezione del led della TV al plasma da cinquanta pollici. L’aveva vista la prima volta che era stato lì, in veste ufficiale, di giorno. Impossibile non notarla per uno come lui che una cosa del genere poteva solo sognarsela, oppure comprarla a rate invece di pagare l’affitto. Rimase immobile e attese che gli occhi si abituassero all’oscurità, il respiro sincronizzato sul battito cardiaco. Che cosa stava facendo? Era davvero necessario? Come c’era arrivato a quel punto? L’immagine del corpo senza vita dell’ultima vittima arrivò senza preavviso, l’odore del sangue fresco e quello della morte sembravano molto più che semplici di ricordi. Sembravano reali. Si voltò di scatto, quasi si aspettasse di trovare un altro cadavere. Sarebbe stata la quinta vittima, ma non c’era niente. Solo buio e silenzio. Una goccia di sudore scivolò lungo il collo e si infilò sotto la maglia. Trenta secondi per ripensarci, per uscire e tornare da dove era venuto. Scosse la testa. No, non poteva fermarsi, non se lo sarebbe mai perdonato.

Avanzò, un passo alla volta, i sensi in allerta alla ricerca di un qualsiasi segnale di pericolo. Ma non c’era nessuno lì. Rilassò le spalle ed espirò: doveva calmarsi. Ormai conosceva quali erano le sue abitudini, in quel momento doveva essere a caccia di una nuova preda. Salì le scale. I gradini scricchiolarono sotto le scarpe, nonostante la moquette ne attutisse il rumore. In camera da letto aveva notato una botola da cui con molta probabilità si accedeva al sotto tetto. Doveva essere lì sopra che nascondeva i suoi souvenir, l’aveva capito dalle occhiate che il sospettato aveva lanciato nel momento in cui la polizia era entrata lì dentro. Era sicuro che lì sopra ci fosse qualcosa e se non c’era gliel’avrebbe piazzata lui. L’avrebbe incastrato così. Era un piano semplice, avrebbe funzionato.

Poggiò un piede su una sedia e l’altro sul comò, dandosi lo slancio fino alla botola. La sfiorò con la punta delle dita. Gli mancavano una manciata di centimetri per poterla raggiungere. Imprecò tra sé, ormai convinto che avrebbe dovuto rinunciare, ma poi, dietro la porta notò una scala a pioli. La prese e la appoggiò al muro, sotto la botola. Salì in fretta e spinse verso l’alto lo sportellino pitturato di bianco. Infilò la testa nell’apertura e accese la torcia del cellulare. C’era una scatola a mezzo metro dal foro nel tetto. Allungò una mano e la tirò a sé. Qualunque cosa avrebbe trovato lì dentro, avrebbe infilato il ciondolo insanguinato della seconda vittima e della biancheria intima che aveva trovato a casa della prima vittima. Sarebbero state prove schiaccianti e il caso chiuso.

Sollevò il coperchio di cartone e un attimo prima di sbirciare dentro, un tonfo lo fece trasalire. Qualcuno aveva appena sbattuto la porta d’ingresso. Era lui, era rientrato prima del previsto. Spinse indietro la scatola e lasciò andare lo sportello della botola, che lo colpì sulla testa. Saltò giù e rimise la scala al suo posto, poi si voltò in cerca di una via di fuga. Non aveva previsto un’eventualità simile e per un attimo fu colto dal panico.

La finestra! Esci dalla finestra!

Sollevò il vetro e sguisciò fuori, in equilibrio sul cornicione. Strisciò fino a raggiungere il canale di gronda che non aveva un aspetto molto solido, ma non c’erano altre opzioni: doveva saltare giù da lì. Che razza di situazione, lui che aveva sempre sofferto di vertigini e che da bambino si rifiutava di arrampicarsi sugli alberi con i suoi amici. Fece un profondo respiro e si preparò a lanciarsi nel vuoto. Atterrò sulla siepe che girava intorno a un grosso castagno e rotolò sul terreno umido.

La luce della camera da letto si accese.

Si rialzò e raggiunse lo steccato. Si issò sulle braccia e sollevò una gamba per scavalcarlo.

«Dove credi di andare?» Una voce gracchiante lo gelò. «Scendi da lì.»

Si mosse al rallentatore, le mani ancora strette al legno e le spalle all’uomo.

«Voltati.»

Rimase immobile. Non poteva girarsi, non poteva permettergli di indentificarlo. Ragionò sulle possibili alternative. Aveva una pistola non registrata, poteva usarla, far passare il tutto come un tentativo di rapina finito male. La domanda però era un’altra. Era armato anche lui? Avrebbe avuto il tempo di prendere l’arma, voltarsi e sparare o si sarebbe beccato un proiettile in mezzo alle spalle e sarebbe morto lì? Se solo non avesse perso tempo con le sue paranoie quando era entrato.

«Mi hai sentito? Ho detto di girarti.»

Abbassò le mani e fece scivolare la destra sotto il giubbotto. Le dita si serrarono intorno al calcio della semiautomatica. La estrasse mentre si voltava e la puntò davanti a sé.

L’uomo rise. «Non immaginavo che saresti arrivato a questo punto. Prima ti introduci nella mia proprietà e poi minacci di spararmi? Come pensi che la prenderebbero i tuoi colleghi quando lo sapranno?»

«Sei sicuro che lo sapranno?»

«Oh, sì, lo sapranno. Se non te ne fossi accorto, ci sono delle telecamere di sicurezza.» Sollevò la testa e ne indicò una. «Sai com’è? Girano strane voci, ultimamente. Brutta gente.»

«Hai ragione. Gira brutta gente in questo quartiere.» Chiuse l’occhio sinistro e prese la mira. Lo sparo echeggiò nel silenzio di quella notte che non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata, almeno avrebbe avuto la speranza che il maltempo potesse far saltare la corrente.

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