La sua prima volta. Racconto A6 Contest All’ultimo minuto

All’ultimo minuto è il contest di scrittura a tempo del Garfagnana in giallo. La prima edizione ha visto numerosi autori sfidarsi partendo dall’incipit di Alice Basso. In vista della premiazione del Garfagnana in Giallo 2022, che si terrà a metà luglio, pubblichiamo i racconti per la lettura e la valutazione da parte dei lettori e dei giurati. Il bando lo potete trovare qui  www.garfagnanaingiallo.it Scadenza 15 giugno 2022

La sua prima volta.

Non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata. Una di quelle belle nottate di tormenta, in cui il vento ulula e la pioggia sferza i vetri, e qualsiasi impresa tu intraprenda si ammanta di dramma e di pathos.

Quanto gli sarebbe piaciuto, avere un po’ di supporto scenografico da parte di Madre Natura. Così, tanto per aiutare la motivazione, per rendere ancora più epico e memorabile ciò che lui era in procinto di fare.

Invece: niente. Aria ferma. Calma piatta. Nessun cenno di empatia da parte del cosmo.

Si rimboccò le maniche. Non importava che l’universo sembrasse imperturbato e indifferente: lui aveva da fare una cosa di capitale importanza. Una cosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Sono già completamente rapiti. Ogni volta che inizio a raccontare della sua prima impresa, i loro occhi si riempiono di meraviglia, attesa e orgoglio.

Lucilla, l’impaziente, sta già aprendo la bocca per dire qualcosa. Come al solito mi chiederà di passare al momento in cui stavo per cadere, perché da lì in poi tutto va verso il lieto fine. Giulio, quello più sveglio di tutti, mi fissa attento, spera che cambi qualcosa nella storia per farmelo notare e lamentarsi:

  • L’anno scorso non era così però!

Daniele, il più grande, si finge annoiato, mentre si allena nei suoi trucchi con le carte, ma ho visto bene il sorrisetto con cui ha approvato il mio inizio. Infine Giada, la più piccola, la storia l’ha sentita una volta sola e, a metà, quando le cose si erano messe male, si mise a piangere. Ora mi ascolta mentre è in braccio a Stefania, e mi guarda con un occhio chiuso e uno aperto, nascosta nel sicuro petto materno.

Dove ero arrivato? Ah, già… si è rimboccato le maniche, c’era un muro da scalare.

Alessio si rimboccò le maniche, non perché facesse caldo, ma era il suo tipico gesto quando affrontava una prova, fin dai primi compiti in classe a scuola. La pelle delle braccia, pallida, illuminata dalla luna, contrastava con l’abbigliamento completamente nero che gli avevo imposto.

  • Dai, sembriamo due ladri da film così! Sarà notte, ma vive solo, in una casa con un giardino pieno di cespugli e alberi, quando ci vedrà sarà già tardi.
  • Ma sentilo, il saputello… sbaglio o è la tua prima volta?
  • Sì, ma tu mi vorresti far credere che ogni volta ti sei vestito come Macchia Nera di Topolino?

E ride, con quella sua risata contagiosa che in famiglia tutti adoriamo. Rido con lui, ma non cedo sull’abbigliamento:

  • Anche mutande e calzini vanno neri, sono stato chiaro?! Hai capito bene?!

Incrocia le mani all’altezza delle ginocchia e le offre al mio piede sinistro. Lui è più atletico di me, ma l’accordo è che ogni passo lo faccio prima io. Mi spinge su e mi aggrappo alla cima del muro in pietra. Faccio forza e mi isso a cavalcioni. Mi passa una corda nera, che lego al vicino ramo di un pino, abbastanza robusto da saltarci sopra, se volessi. Il ramo sporge oltre il muro verso l’esterno, perciò grazie alla corda sarà il nostro viatico sia in entrata che in uscita. Nei giorni precedenti, durante i due sopralluoghi che ho fatto, ho scelto accuratamente il punto meno illuminato del giardino della villa, su un lato che non è costeggiato dalla strada, ma soltanto da bui e silenziosi vigneti, ancora carichi di foglie, nonostante sia autunno inoltrato. L’auto, nera, l’abbiamo nascosta tra i filari a circa mezzo chilometro dalla casa.

Mi passa lo zaino coi ferri del mestiere, che mi infilo subito sulle spalle. Gli calo la corda e in un attimo ha già risalito il muro e mi siede davanti, anche lui a cavalcioni, e mi guarda…

  • Come te, Lucilla! mi guarda come te, impaziente perché non vede l’ora di proseguire!

Lei si spaventa e tutti scoppiano a ridere, compresa nonna Maria, che sta chiudendo i cappelletti per il pranzo di domani. Queste serate in famiglia sono sempre magiche, soprattutto quando riesce a esserci anche l’avvocato di casa, Lara, con sposo e figli. Il marito, Claudio, fa il barman, quindi ha preparato a tutti noi adulti un Negroni sbagliato, un po’ più leggero del disciplinare.

  • Se no, Franco, ti ci addormenti in mezzo alla storia!
  • Veh! Fa poco il furbo, che di bar ne ho frequentati di certo più di te! Facile parlare quando stai dalla parte sobria del bancone!
  • Lascia stare papà, se no i ragazzi se la prenderanno con te, se continui a interromperti.
  • Brava Lara! non si interrompe la storia del battesimo del fuoco di tuo fratello. Riprendiamo…

Allora… ah, sì, ci sono, ricordo ad Alessio che non è un gioco, anche se ho l’impressione di non avere speranze di convincerlo, e gli intimo di non sopravanzarmi mai. Fa sì con la testa e un attimo dopo balza giù dal muro, e atterra sull’erba perfettamente rasata del giardino, come un gatto nero con due zampe pallide. Mentre mi calo con la corda per raggiungerlo vorrei urlargli che allora non capisce nulla, che non mi ascolta, che finirà per farci fallire. Ma urlare non è esattamente la cosa migliore da fare in queste situazioni. Mi metto a un centimetro dal suo naso. I miei occhi dicono tutto, i suoi passano da divertiti a preoccupati. Lo vedo guardare di lato la corda, ha paura lo cacci di là dal muro e finisca da solo. Per un attimo ci penso, ma rinuncio, perché di certo me lo ritroverei dietro di nuovo in azione dopo un secondo. Così lo spingo di lato e scruto il giardino per individuare la via più buia verso la casa. Per fortuna l’illuminazione è data soltanto da radi lampioncini da giardino neri con la boccia trasparente in cima, altri circa un metro. Le lampadine saranno da venticinque Watt, perciò, se non fosse per la luna, sarebbe molto difficile distinguere chiaramente qualcosa dall’interno della casa. Tra l’altro le finestre sono quasi tutte chiuse, a parte una buia al piano terra e una in una stanza al piano superiore, anch’essa buia, ma nella quale si vede entrare luce, probabilmente da un corridoio o da una stanza attigua.

  • Avanziamo fino all’acero. Bassi. Tu dietro di me. Hai capito bene stavolta? Dietro, non davanti. Bassi e veloci. A fianco dell’acero, vedi quel cespuglio? Ci fermiamo lì dietro e restiamo fermi per capire se è andato tutto bene, ok?
  • Capito. Dietro. Acero. Basso e veloce. Nascosto e muto come un pesce.

Sorride. Io scuoto la testa e mi ricordo perché mi è sempre piaciuto lavorare da solo. Una volta dietro al cespuglio rimaniamo in silenzio. Si sente sì e no il rumore della statale in lontananza. Meglio così. Dovesse andare storto qualcosa potremmo essere fortunati e nessuno accorgersi comunque di nulla. D’altronde la casa è volutamente lontana da tutto.

Dopo un paio di minuti, non avendo sentito nessuna finestra o porta aprirsi, non essendosi accesa nessuna nuova luce, gli comunico le nuove istruzioni.

  • Anche se tutto sembra tranquillo e pensi non ci sia pericolo, non ti devi mai fidare. Perciò ora facciamo un giro tutto intorno alla casa, stando rasenti al muro, ci pieghiamo e passiamo bassi sotto le finestre, anche quelle chiuse, ok? Sono imposte in legno, potrebbero avere crepe da cui la luce esterna, per quanto poca, filtra. Una persona al buio all’interno potrebbe vedere un’ombra passarci davanti.
  • Ma dici davvero?? Ma quante probabilità ci sono che lui sia al buio e stia guardando proprio verso quella finestra mentre passiamo?? Dai… mi stai prendendo in giro?

Lo prendo per la giacca e me lo rimetto a un centimetro dal naso. Alza le mani, come gli stessero puntando una pistola.

  • Ok. Basso sotto tutte le finestre.

Ci muoviamo e dopo due minuti siamo di nuovo dietro al cespuglio.

  • Allora? Che mi dici? Notato nulla?
  • No, ero troppo impegnato a star piegato sotto le finestre.

E ride. Di nuovo.

  • A volte mi chiedo come fai a fare questo mestiere e ridere sempre così tanto?
  • Eh, papà, sono di un’altra generazione. Noi ci prendiamo un po’ meno sul serio, siamo un po’ più rilassati. Tu sul lavoro sembra sempre stia andando in guerra…
  • Ecco! La guerra! Sarà che tu non l’hai vista se non nei film. Forse è per questo che avete tanto da ridere voi giovani. Non avete mica idea di come sono le cose quando vanno male davvero!
  • Su, su, non divagare che i ragazzi brontolano. Giulio ti sta già guardando male!
  • Scusa, piccolo… è che tuo padre riesce sempre a farmi sentire più vecchio di quel che sono. Dicevamo: cosa non aveva visto Alessio?
  • Lo so io! Lo so io! Il portoncino chiuso male sotto il portico!
  • Brava Lucilla! Devi sempre osservare tutto, soprattutto le porte. Di solito è da lì che si entra, o no?

Rifacciamo bassi il pezzo di muro che ci separa dal portico, illuminato solo da una lanterna a muro proprio a fianco del portoncino. Mi avvicino, infilo la mano da sotto nella lanterna e svito leggermente la lampadina in modo che si spenga.

  • Ma non scottava? Queste in casa scottano dopo un po’ che sono accese!
  • Avevo i guanti, ricordi?
  • Mai andare a lavorare senza guanti. Neri.

Mi fa il verso Alessio, imitandomi anche col dito alzato davanti alla faccia.

  • Esatto. Avevo i guanti. Neri. Posso proseguire?

Una volta al buio, abbiamo aperto il portoncino di legno e dietro c’era una porta finestra a vetri. Non era nemmeno chiusa a chiave, probabilmente perché il padrone di casa pensava di essersi tirato dietro bene il portoncino esterno. Siamo quindi entrati e ci siamo ritrovati in cucina, esattamente la stanza buia al piano terra con la finestra aperta. Siamo rimasti di nuovo fermi in silenzio un paio di minuti. Si sentiva solo il rumore di un televisore acceso dal piano superiore e forse una lavatrice dietro un porta in una stanza al piano inferiore.

  • Papà, ho un’idea.
  • Che idea?
  • Aspettiamo che la lavatrice finisca. Quando scende, lo becchiamo di sorpresa.
  • Uhm… sono le dieci di sera. E se dorme? Se scende a stendere domattina? Vuoi aspettarlo tutta notte qui e pensavi di preparargli anche la colazione?
  • Va beh, scusa, mi sembrava un’idea buona…
  • Mai lasciare l’iniziativa agli altri, devi sempre condurre tu le danze, ricordalo, è fondamentale. Finché guidi tu, puoi immaginare cosa può andare storto.

Ora c’era una delle cose più complicate da fare quando ci si avventura in casa altrui: salire le scale al buio. Di solito non hai mai la visuale completa del piano superiore e all’improvviso qualcuno potrebbe accendere la luce e sorprenderti a metà dell’opera. Inoltre c’è sempre il rischio di inciampare o che la scala scricchioli, se è rivestita in legno. Quindi salimmo leeenti leeenti, uno dietro l’altro, sollevando bene i piedi, come se i gradini fossero altissimi, ma appoggiandoli senza fare il minimo rumore. Una volta in cima, ci rintanammo in una delle stanze con la porta aperta, con le orecchie tese, per capire se lui ci aveva sentiti. Ancora una volta non sentimmo nulla, se non un televisore a volume molto basso. Ancora una volta diedi le istruzioni:

  • Resta qui. Io mi avvicino alla stanza da cui arriva il rumore del televisore e cerco di capire la situazione. Probabilmente è la camera da letto. Se è tutto ok, ti faccio un cenno e mi raggiungi. Facendo meno rumore possibile.

E così inizio ad avvicinarmi.

Vedo Giada deglutire, chiudere anche l’altro occhio e girarsi verso il petto della madre.

Quando sono a fianco della ringhiera della scala sul ballatoio, mi colpisce da dietro tra spalla e collo con una mazza da baseball. E poi di nuovo al fianco! Qui, a destra. Io barcollo dal dolore, finisco contro la ringhiera, mi sbilancio, mi sporgo troppo e non cado di sotto solo perché riesco a restare aggrappato con la mano sinistra.

  • Immaginatevi la scena: questo scribacchino in vestaglia e a piedi nudi, con la mazza da baseball impugnata con tutte due le mani sopra la testa, e io, che penzolo da una scala, indeciso se lasciarmi cadere o farmi fracassare la mano o, peggio, la testa.
  • Cosa vuol dire “scribacchino”?
  • Scrittore da due soldi. Ma lui non lo era. In realtà era uno famoso. Stefano Re, si chiamava. Al terzo romanzo di successo mondiale aveva buttato fuori di casa la moglie e due figlie piccole, dicendo che non aveva tempo per la famiglia.
  • Coglione.
  • Stefania! Ci sono i ragazzi. Hai pure Giada in braccio!
  • Scusa Alessio, hai ragione.
  • Ma Stefania ha ragione, non si lascia la famiglia, puoi essere solo un coglione se lo fai.
  • Mamma! Allora? Vogliamo crescere assassini e avvocati educati, o no?
  • Comunque ha avuto il suo. La moglie raccolse i due spiccioli che gli aveva lasciato e riuscì non so come a mettersi in contatto con me. Erano pochi, ma come giustamente dice la nonna, è una questione di principio, non si lascia una famiglia. Quindi le feci lo sconto. Tanto più che dovevo iniziare ad addestrare Alessio. Magari facevamo un gran casino e avrei dovuto pure rimborsarla.
  • E c’è mancato poco!

Eh sì, ci aveva sentiti, ma per fortuna non aveva capito fossimo in due. Quando ero già pronto a lasciarmi andare, ho visto un braccio pallido passargli davanti al collo e una mano afferrare la mazza. Il poveretto fu così sorpreso, che gli occhi furenti e soddisfatti di chi sta per sferrare il colpo finale diventarono più spaventati di quelli di Giada. In un attimo Alessio lo immobilizzò a terra, faccia in giù e gli piantò un ginocchio in mezzo alla schiena.

  • Ce la fai a tirarti su?
  • Mi scoppia la testa e sono un po’ malconcio, ma sì, arrivo.
  • Chi siete?!?! Cosa volete?? Bastardo! Lasciami andare!

Una volta risalito lo imbavagliammo e gli legammo mani e piedi. Povero, è la cosa che mi piace meno, quando sono terrorizzati. Per questo di solito non perdo mai tempo. Ma stavolta ero proprio malconcio, mi girava la testa e mi aveva incrinato un paio di costole a destra. Ci guardavamo tutti e due seduti appoggiati contro il muro, con Alessio in piedi nel mezzo che cercava di capire quanto ero grave e controllava non si muovesse.

  • Devi farlo tu, io rischierei solo di darti problemi.
  • Ok, non preoccuparti. Dimmi come pensavi di farlo.
  • Apri lo zaino e prendi la corda. Ricordi come si fa uno scorsoio?
  • Sì, papà, me lo avrai fatto fare duecento volte, anche bendato.
  • Perfetto. Fallo e lega bene l’altra estremità alla balaustra. Tieni la corda corta, che non è poi così alta la scala.
  • Fatto. Sarà mezzo metro, ok?
  • Perfetto. Prendilo per i piedi e portalo vicino alla balaustra. Gli metti il cappio al collo e lo butti di sotto. È magrolino, dovresti farcela anche senza di me.

Dovevate vedere le facce che faceva il poveretto. Al suo posto sarei morto dalla paura. Lui invece se l’è solo fatta addosso. Ma poco male, perché dopo cinque minuti penzolava a fianco della sua scala.

  • E il mio papà finì la sua prima missione!
  • Sì, Giulio, proprio così. Fu bravissimo. E una gran fortuna essermelo portato dietro proprio quella sera.
  • Ma, nonno, io non voglio fare l’avvocato, anche io voglio fare l’assassino come te e il papà.
  • Vedremo, Lucilla, vedremo. Gli avvocati sono anche loro importanti, quando le cose vanno male. E ora tutti a tavola, che a forza di raccontare si è fatto tardi. E tu, Claudio, fammi un altro sbagliato, che non sputo più.. ma stavolta serio, altrimenti… ti ammazzo…

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