Radici nel fango. Racconto A12 “Contest All’ultimo minuto”

All’ultimo minuto è il contest di scrittura a tempo del Garfagnana in giallo. La prima edizione ha visto numerosi autori sfidarsi partendo dall’incipit di Alice Basso. In vista della premiazione del Garfagnana in Giallo 2022, che si terrà a metà luglio, pubblichiamo i racconti per la lettura e la valutazione da parte dei lettori e dei giurati. Il bando lo potete trovare qui  www.garfagnanaingiallo.it Scadenza 15 giugno 2022

Radici nel fango.

Non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata. Una di quelle belle nottate di tormenta, in cui il vento ulula e la pioggia sferza i vetri, e qualsiasi impresa tu intraprenda si ammanta di dramma e di pathos. Quanto le sarebbe piaciuto, avere un po’ di supporto scenografico da parte di Madre Natura. Così, tanto per aiutare la motivazione, per rendere ancora più epico e memorabile ciò che lei era in procinto di fare. Invece: niente. Aria ferma. Calma piatta. Nessun cenno di empatia da parte del cosmo. Si rimboccò le maniche. Non importava che l’universo sembrasse imperturbato e indifferente: lei aveva da fare una cosa di capitale importanza. Una cosa che le avrebbe cambiato la vita. Quello che le rimaneva della vita.

Ritornare al paese d’origine non era mai stato qualcosa di facile, ma ora non sarebbe rimasta a lungo. Non poteva restare tra quelle pietre, tra le loro ombre appiattite, tra quelle strade che erano state per lei il palcoscenico per il suo dramma, che avevano assistito inermi all’inizio della sua tragedia. Perché sì, quando una tragedia prende il via, te ne accorgi, si alza il sipario, e a rimanere è solo il buio. Il dolore bussa alla porta in un momento preciso, un istante che rimane cristallizzato nel tempo, valicando il flusso ininterrotto di ore e giorni e mesi che ci ingabbiano e ci rendono spettri, inconsapevoli di ciò che ci circonda. Un istante che ti porterai dietro come un fardello, trascinato per la vita, un solo breve, brevissimo secondo che lascerà una scia d’inquietudine che dalla pelle non si potrà lavare, che dall’animo non si potrà estirpare. E tornerà all’improvviso, quando non potresti lontanamente aspettartelo, quando penserai che il suo ricordo sia svanito, inghiottito dal silenzio, consumato dalla nebbia dei giorni.

Tutto iniziò tra le mura della casa che stava lambendo, sembrava quasi la stesse accarezzando. Tutto iniziò quando era nata, forse, ma lei l’istante che aveva dato vita alla sua tragedia lo collocava in un freddo mattino di fine novembre. Ricordava addirittura come era vestita, il cappottino sdrucito, le trecce scarmigliate, l’odore di segatura, il gelo alle caviglie. Ricordava ancora e proprio perché ricordava, avrebbe ucciso, lo avrebbe ucciso. Il suo carnefice, colui che le aveva dato la vita, a cui lei voleva servire la morte. Lei era nata figlia di sua madre ma anche sorella. Nipote di sua nonna, ma anche figliastra. Figlia di suo padre ma anche nipote. Questo aveva saputo quella mattina, non si ricordava nemmeno più da chi ma quello che aveva saputo lei non lo avrebbe più scordato. Anzi, l’uccidere, l’ucciderlo sarebbe stata la sua ragione di vita. Lui era stato messo in carcere, lei mandata in un orfanotrofio a Torino, il più lontano possibile da quel cumulo di pietre. Che fine aveva fatto sua madre, o comunque quella che reputava come tale, non lo aveva saputo. Era venuta a trovarla solo una volta, poi il dolore era stato troppo, la luce di una nuova vita aveva preso il sopravvento sul buio di una vecchia, di un dolore antico che una nuova esistenza, egoista con le sue incombenze e i suoi nuovi incontri stava facendo sbiadire. E visto che quando un albero possiede radici che affondano nella melma, non può necessariamente sviluppare un tronco vigoroso, ora lei avrebbe ucciso suo padre, suo nonno e lo avrebbe fatto anche per sua madre, sua nonna.

Lei era figlia della malattia e tutto in lei era marcio. Le sue radici erano nel fango, e il suo tronco ben presto sarebbe diventato cenere. Le rimanevano pochi giorni, un cancro la stava mangiando viva come un parassita. Da quando lo aveva saputo, attraversava le ore inanellando vuoti, perdite di significato, stanze che si stavano spogliando, situazioni che la stavano spogliando, ma soprattutto vendetta. Per tutta la vita l’aveva trasportata, accolta addosso come un cappotto, una seconda pelle, assieme alla vergogna. Ad un certo punto, vergogna e vendetta si erano così strette in un legame inscindibile che non avrebbe più saputo dire quale fosse conseguenza dell’altra, quale fosse nata prima dell’altra. E ora che i suoi giorni avevano una scadenza certa, loro due erano diventate una consolazione. Lei non meritava la vita, evidentemente, questo lo aveva compreso, a fatica, e ora lo dava per assodato, ma nemmeno il suo carnefice. Mentre entrava dall’uscio lasciato aperto in modo incauto, il forte puzzo di quella casa la travolse. Come può accadere che un odore proietti nella mente immagini che si pensavano dimenticate, o che, addirittura, si reputavano mai esistite? Un manto di foglie, i colori dell’autunno, un cane da caccia, una pistola a piombini. E lui, suo padre, che ella amava e venerava, di cui era gelosa, che, segretamente, bramava di togliere a sua moglie, sua nonna, la madre di sua sorella, sua madre. Come poteva farsi travolgere da quei sentimentalismi in un momento del genere. E pensare che ancora custodiva dei ricordi con quella belva, non ci avrebbe mai potuto credere, e per questo avrebbe premuto il grilletto più forte. Ora comprendeva perché sua madre, sua sorella era stata mandata via appena lei era nata e non aveva potuto conoscerla nemmeno in una fotografia. Amalia era stata cancellata da quella casa e tutte le tracce del suo passaggio lavate e poi disinfettate e poi oscurate. E di lei non si sapeva dove fosse finita, qualcuno ne paventava la morte, qualcuno diceva che era diventata suora o si era trasferita da una zia a Bovino. E di lei non si poteva che parlare come della “poverina”, “disgraziata”, sussurrando guardinghi, attenti a non farsi beccare, come se avesse lei commesso un omicidio. E per Amalia, lei avrebbe colpito ancora più forte.

Per colpa di quell’uomo la sua vita era stata rovinata; e quella di sua madre, e quella di sua nonna. Per colpa di quell’uomo, non aveva più una famiglia, aveva passato anni negli orfanotrofi, cambiandone perché indisciplinata e molesta e aggressiva, aveva subito le peggiori sevizie, aveva perso la sua verginità violentata da…. da chi? Pensava di essere stata violentata da una grossa ragazzona del Santa Chiara, la Fiamma, quella grande come una collina e rossa come le sue chiome in autunno, ma ora… ma ora non ne era più sicura. Volti che si mescolavano a volti, figure che vedeva ergersi sopra di lei confuse, che non sapeva più distinguere, o forse non lo aveva mai saputo fare. Si proiettavano come ombre sui muri della casa, sulle creste frastagliate del suo subconscio e lei le colorava con le scure tinte dell’immaginazione, o forse della paura. Poteva essere stata violentata anche da quel mostro del padre, non lo avrebbe escluso. O magari da entrambi, ma la sua mente aveva rimosso con un violento colpo di spugna o aveva sovrapposto o mescolato e confuso e sparpagliato dappertutto. Era possibile?

Brancolava nel buio delle camere, cercando quella da letto. In quella casa pensava di esserci già stata tempo addietro, ma era impossibile. Accade alle volte di trovarsi per la prima volta in posti che si pensa essere già stati percorsi, già abitati come se fossero custodi di qualcosa di nostro che abbiamo lasciato per strada in quella corsa affannosa che è il quotidiano. Anche quella mattina se lo era ripetuta, era la prima volta che ci entrava: loro prima abitavano sul ponte, questa era ai margini del caseggiato vicino al bosco. Eppure quei muri le erano sembrati familiari, le erano risuonati nella mente come echi di una vita portata via dal vento e lavata con la cenere di un’eruzione. O forse nella casa del dolore tutte le pareti si assomigliano, o forse nell’antro della disperazione tutte le stanze sono sempre buie.

Eppure nella notte una luce era accesa, qualcuno la attendeva tra le coperte.

Ti aspettavo, le disse il padre. Come era invecchiato da quella mattina, sembrava aver messo su più anni. Indossava l’abito più elegante, quello da festa, per salutare la sua schifosa vita. Non aveva paura di trovarla lì? Non sembrava.

Eccomi, gli rispose la figlia. Lei tremava. Averlo davanti le metteva ansia, quella mattina lo aveva compreso, anche se ormai di quel padre non rimanevano che poche ossa e un rantolo di fiato.

Hai con te la pistola? le chiese.

Sì, tu?

Perfetto.

Ci spariamo al mio tre.

Uno.

Due.

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